lunedì 14 giugno 2010

Quel maledetto Terzo Ponte...

Sta passando sotto un assordante silenzio dell'opinione pubblica l'ennesimo e inaudito scempio ecologico-ambientale nel nostro paese, sorretto e giustificato dal mai intoccabile dogma dello Sviluppo.
Questa volta la vittima prescelta è la provincia di Cremona, che, quasi incurante, si ritroverà a subire un gigantesco ecomostro sul proprio territorio. Il caso di Cremona è emblematico per mostrare la prassi consolidata di imporre sulla testa delle comunità infrastrutture faraoniche dall'impatto ambientale ed esistenziale devastante per il profitto di pochi. Una vicenda che merita di essere illustrata a fondo. Il progetto definitivo della nuova infrastruttura, (il cosiddetto "Terzo ponte sul Po"), voluto dalla società Autostrade Centropadane, prevede la costruzione di un raccordo autostradale a pagamento di 12 km che collegherà le province di Cremona e Piacenza, e di un nuovo ponte di 200 metri con i piloni in acqua sul Po, attraversante la zona golenale e circa 9 km del territorio rurale di Castelvetro Piacentino.
L'impatto previsto sarà devastante.
Oltre alla sottrazione di suolo ( quasi 300 ettari di aree golenali, zone agricole di pregio) con frazionamento e inutilizzabilità delle aree agricole, verranno stravolte tre aree protette dalla UE, frammentati 1000 ettari di habitat di riproduzione e perduti decine di migliaia di animali tutelati (uccelli e pesci). Per chi non lo sapesse a poche centinaia di metri da quella zona, grazie alla previdente opera di pianificazione urbanistica e territoriale delle precedenti amministrazioni, a Cremona sono state autorizzate negli anni una raffineria (Tamoil), un deposito di gas liquefatti (ABIBES) e un impianto per l'imbottigliamento GPL (Liquigas), tutti stabilimenti classificati dal Decreto legislativo 334/99 Seveso-bis come categoria C, luoghi in cui sono presenti sostanze pericolose in quantità tali da costituire un rischio d'incidente rilevante”.
Oltre a ciò, per non far mancar nulla, nella stessa zona si sono autorizzate anche la ditta SOL ( produzione deposito ed immissione in bombole di gas liquefatti), l'oleificio Zucchi, il tubificio e l'acciaieria Arvedi ( recentemente ampliata con relativa discarica da 250.000 metri cubi) e i silos di materiali plastici della multinazionale Katoen Natie.
Il tutto si trova ad una distanza risibile dal centro abitato, tale da compromettere la compatibilità con una minima qualità di vita. Nemmeno un progettista folle avrebbe potuto far di meglio! A questo punto, pensare di far passare in mezzo a questa polveriera un raccordo autostradale a sei corsie largo fino a 50 metri è veramente troppo. Lo scopo di tutto ciò è il solito, quello di snellire il traffico pesante e non e di velocizzare il trasporto di merci, in una zona non particolarmente intasata, visto che conta circa 3000 veicoli al giorno (ridotti del 10% negli ultimi anni). Il progetto 2005 prevedeva un traffico al 2020 di 12.000 veicoli/giorno; quello del 2008 ha spostato al 2033 le stime, aumentando il flusso a 43.000 veicoli/giorno. Addirittura il progetto definitivo del 31/03/10 non cita alcuno studio aggiornato sui flussi di traffico! Questo progetto dai costi spropositati ( si parla di circa di 200 milioni di euro), guidato direttamente dalla società che costruisce l'infrastruttura ed estraneo a qualsiasi pianificazione territoriale, non ha minimamente preso in considerazione le diverse alternative progettuali esistenti e valide, molto meno costose e impattanti. Nonostante l'ampiezza e l'importanza dell'infrastruttura, quasi nessuno conosce a fondo il progetto, salvo qualche dettaglio a cose già fatte, dato che negli ultimi mesi e anni il coinvolgimento attivo dei cittadini, delle amministrazioni locali e di esperti indipendenti nei processi progettuali e decisionali ha rasentato lo zero. L'unico ente che ha avanzato pesanti riserve è la Regione Emilia Romagna, che ha elaborato un documento di 53 pagine sul progetto, non accolto dal Ministero nel parere VIA. Neanche le varie obiezioni presentate potranno far cambiare le cose, poiché gli stessi vertici di Centropadane hanno detto che non si può tornare indietro.
Se vogliamo, quello di Cremona è uno dei tanti piccoli grandi casi locali, ma mostra perfettamente come stiamo sacrificando e svendendo senza battere ciglio le cose più preziose che abbiamo: salute, ambiente e qualità della vita. Questo modello di Sviluppo basato sulla crescita e sul profitto senza limiti, considera il territorio come una mera risorsa inesauribile e la sua tutela e salvaguardia subordinate ad interessi finanziari e sovente speculativi. Accettiamo un meccanismo deleterio che permette la svendita di un patrimonio collettivo ed esauribile come il suolo e l'aria pulita per far arricchire politici e affaristi vari. Vuoi mettere passare da una sponda all'altra del Po in un attimo senza trovare code, distruggendo però un intero ecosistema? I costi del Progresso, dirà qualcuno. Ma alla nostra vita e al nostro futuro chi ci pensa? I pochissimi ma combattivi che si stanno muovendo contro l'ennesima colata di cemento e l'ennesimo oltraggio al territorio, sono già etichettati come i soliti sfigati ambientalisti, "professionisti del no".
Pazienza noi andiamo avanti.

Marco Ghisolfi

giovedì 3 giugno 2010

IO STO DALLA PARTE DELL'ALBERO!

A Castelvetro piacentino, paese in riva al Po dove passa l’autostrada Brescia-Piacenza, si vuole costruire un altro pezzo di autostrada, che taglierà la campagna e attraverserà il Grande fiume con un nuovo ponte verso Cremona. La realizzazione di questa infrastruttura avrà un impatto devastante sul territorio, arrivando anche a minacciare uno straordinario esemplare di quercia secolare, soprannominato Mina.
Numerosi cittadini si sono già mobilitati a difesa di questo monumento naturale, simbolo di una resistenza inconsapevole, che tuttavia si va lentamente ma inesorabilmente consolidando: quella contro un Progresso sempre più prevaricante e antiumano.
Ai comitati di cittadini schierati nella difesa del territorio, Movimento Zero Cremona intende manifestare la sua totale solidarietà.


Sin dagli albori, l'uomo ha riconosciuto all'albero un valore sacro e simbolico, in virtù della sua natura di collegamento vivente tra la terra ed il cielo, tra il mondo ctonio e l'universo celeste.
Affondando le proprie radici nelle profondità della terra, infatti, l'albero compie un processo simbolico di introspezione che è la precondizione della sua crescita: quanto più attinge alle segrete energie della terra, tanto più si protende verso il cielo.
Per questo, l'albero si è trovato a simbolizzare, nella maniera più naturale e compiuta, il percorso di ricerca interiore e di elevazione spirituale dell'uomo.
Per noi abitanti delle sponde del Po, mai come oggi l'albero è tornato a rivestire la sua ancestrale funzione simbolica.
La quercia secolare Mina, infatti, non rappresenta solo un inestimabile monumento naturale, ma anche e soprattutto un simbolo vivente di Resistenza, in opposizione all'ennesima, mostruosa follia progressista: il faraonico progetto del Terzo Ponte di Cremona.
Non serve sottolineare l'inutilità di questo delirio di cemento e bruttezza, la cui realizzazione non può essere certo ricondotta agli interessi della collettività e del territorio, quanto più a quelli dei consueti speculatori di turno.
Per questo, difendere Mina, stare dalla parte dell'albero, simboleggia, in fondo, la scelta di schierarsi contro il bieco materialismo moderno e la logica del profitto, in difesa dei valori autenticamente umani.
Ciò di cui abbiamo bisogno noi oggi non è un terzo inutile ponte che contribuisca ad inquinare il nostro territorio e a fare scempio di quanto resta del suo patrimonio naturalistico, ma di riscoprire, attraverso silenziosi testimoni come Mina, il senso profondo della nostra esistenza nel mondo.
Non lasciamo che i soliti profittatori, servi del Progresso criminale, ci privino, ancora una volta, di quanto abbiamo di più prezioso. Mina è un simbolo della nostra condizione di uomini moderni, assediati dal cemento e dalla grettezza: le sue radici sono le nostre.
Difendiamola e difendiamoci.

Movimento Zero Cremona

Vi invitiamo a firmare la petizione promossa dal sito:
www.salviamononnaquercia.com

mercoledì 2 giugno 2010

Israele ammazza civili per politica

di PAOLO BARNARD
Fonte: paolobarnard.info

E’ politica di Stato in Israele dal 1948 (e prima col Sionismo) ammazzare i civili. Non sono “tragici errori”, non “danni collaterali”, non c’è alcun “rammarico per l’accaduto”. Ammazzare civili è ciò su cui Israele è nata con la pulizia etnica della Palestina, ed è ciò su cui sopravvive.
A questo si aggiunge l’impunità totale di cui Israele gode grazie al fatto di essere la base militare americana più grande del pianeta, e solo marginalmente al fatto di essere Stato ebraico discendente dall’Olocausto.
Unendo la politica congenita di Israele di ammazzare i civili con la sua assoluta impunità si ottiene precisamente ciò che è accaduto sulla Gaza Freedom Flotilla.
Nel gennaio del 1948, i padri fondatori d’Israele Yigal Allon e Ben Gurion dichiaravano che “C’è bisogno di una reazione brutale. Dobbiamo essere precisi su chi colpiamo, se accusiamo una famiglia palestinese dobbiamo colpirli senza pietà, donne e bambini inclusi… non dobbiamo distinguere fra colpevoli e innocenti”. Nel 1978, il Capo di Stato Maggiore dell’esercito d’Israele, Mordechai Gur, dichiarò all’analista militare israeliano Ze’ev Schiff che “Per 30 anni abbiamo combattuto una guerra contro civili che vivono in villaggi… abbiamo colpito civili consciamente perché se lo meritano… il nostro esercito non ha mai fatto distinzione fra target militari e civili, ma ha attaccato di proposito target civili”. Nel 2000, Dan Halutz, che sarà Capo di Stato Maggiore dell’esercito di Tel Aviv, dopo un attacco aereo da lui stesso condotto su Gaza e dove furono massacrati dei civili dichiarò “Cosa ho provato? Solo una piccola scossa al mio aereo per lo sgancio della bomba, ma dopo un secondo passa tutto”.
Le invasioni del Libano da parte d’Israele, la sue condotte nei Territori Occupati, sono un litania continua e reiterata di massacri intenzionali di civili. Le condanne che ha ricevuto da ogni singolo organo di legalità internazionale e organizzazione per i diritti umani sono esplicite e consultabili da chiunque. Nulla sarebbe cambiato se i morti della Gaza Freedom Flotilla fossero tutti stati pacifisti americani. Rachel Corrie lo era, e l’hanno massacrata, Tristan Anderson era americano e gli hanno sparato nella testa a sangue freddo, e così Tom Hurndall, James Miller e Brian Avery erano nomi occidentali, anglosassoni.
La lezione che se ne deve trarre è che questi giovani eroi che diedero la vita e che l’hanno data per fermare il crimine contro l’umanità della Pulizia Etinica della Palestina – perché è esattamente ciò che Israele sta facendo da 60 anni e che oggi fa affamando e strangolando vivi i civili palestinesi sotto gli occhi di noi Paesi vigliacchi e complici, con il benestare dei nostri presidenti complici di crimini contro l’umanità come Giorgio Napolitano - non hanno destinato bene il loro supremo sacrificio. Perché fino a che le opinioni pubbliche occidentali continueranno a credere che “SI’ Israele uccide e sbaglia, MA Israele è l’unica democrazia, MA Israele deve difendersi, MA Israele è vittima del terrorismo arabo, MA Israele è comunque il meno peggio ecc.”, non vi sarà massacro, non vi sarà giovane vita sacrificata, non vi sarà eroismo che farà una qualsivoglia differenza per la giustizia in Palestina.
Basta mettere la propria vita a repentaglio laggiù, non serve a nulla. Usiamo le nostre vite per creare nelle opinioni pubbliche occidentali la consapevolezza di cosa veramente è Israele – che non è una democrazia, che non deve difendersi, che è il vero terrorista, che è il peggior pericolo in Medioriente - e di quanto abominevole sia la sua totale impunità, perché come disse Noam Chomsky “la Storia ci insegna che quando la gente scopre la barbarie, si mobilita per fermarla”. E’ l’unica strada.

martedì 29 settembre 2009

MZ presenta: Marco Saba a Cremona

Avvisiamo i gentili utenti del blog che mercoledì 14 ottobre alle ore 21.00, presso la Libreria del Convegno in Corso Campi 72, Movimento Zero Cremona organizza un incontro con il ricercatore indipendente Marco Saba, durante il quale verranno presentati i suoi libri:

BANKENSTEIN
Tutto quello che non avreste mai voluto sapere sulle banche
e
O LA BANCA O LA VITA
Le trame segrete del sistema finanziario mondiale

Un'importante occasione per capire i meccanismi che stanno alla base della crisi finanziaria che stiamo vivendo.
Vi aspettiamo numerosi!

lunedì 29 giugno 2009

Sabato 4 Luglio: MZ Cremona in Galleria

Avvisiamo tutti gli utenti del blog che sabato 4 luglio, dalle ore 11 alle 17, Movimento Zero Cremona sarà presente con un banchetto presso la Galleria 25 aprile, per proseguire la raccolta firme contro la dittatura bancaria e per la distribuzione di materiale informativo volto a sensibilizzare la popolazione circa il tema della crisi economica.
Durante il banchetto verrà effettuata una distribuzione GRATUITA de La Voce del Ribelle, il mensile di informazione diretto da Massimo Fini.

Vi aspettiamo numerosi.

martedì 9 giugno 2009

Salini Presidente... sempre più soli.

Con la vittoria di Massimiliano Salini alle elezioni amministrative Provinciali, la battaglia per la difesa del territorio contro la proliferazione delle discariche di amianto si fa decisamente in salita.
Questo non solo in considerazione del fatto che la Provincia di Cremona perde uno dei suoi più convinti difensori istituzionali, il presidente uscente Giuseppe Torchio, ma anche e soprattutto perchè Salini è espressione locale ed emanazione di quel potere regionale che vorrebbe seminare il nostro territorio di discariche.
Fa un certo effetto vedere il principale sponsor politico degli scempi di Cappella Cantone e Cingia, Gianni Rossoni, brindare sorridente col suo bicchierino di carta in compagnia del neoeletto presidente della Provincia. Un quadretto allegro e gioviale, cui manca solo il terzo festeggiato: l'amico cavatore.
Sia chiaro al nostro paziente ed attento lettore che questo nostro amaro sfogo non costituisce una professione di fede politica: avversare Salini e i signori dell'amianto della regione non significa prendere le parti della sinistra, ma semplicemente riconoscere quali scelte contingenti risultano più auspicabili per il nostro territorio.
Movimento Zero Cremona non nutre alcuna speranza sul fatto che il nuovo presidente della Provincia, Massimiliano Salini, possa spendere una sola parola contro le discariche di Cappella Cantone e di Cingia: non ne ha nè la volontà nè l'interesse.
Dunque inutile illudersi ulteriormente: ora più che mai i cittadini sono soli nella loro battaglia, privati del supporto delle loro istituzioni più prossime. Questo tuttavia non deve scoraggiarli dall'intraprendere qualsiasi azione legale e necessaria per ribadire la propria opposizione alle inique pianificazioni regionali, ma anzi, dovrebbe spingerli a colmare quel vuoto lasciato dalle istituzioni con la propria spontanea iniziativa.
Il cammino non si ferma ma prosegue, anche nella consapevolezza che oggi siamo desolatamente più soli di ieri.
Coraggio e determinazione.

martedì 12 maggio 2009

Che cos'è il Bioregionalismo? Intervista a Giuseppe Moretti

I: Giuseppe Moretti, che cos’è, in parole povere, il bioregionalismo?
GM:
Il bioregionalismo è la possibilità di rinnovare la nostra cittadinanza nella Terra attraverso uno stile di vita che tenga conto della necessità e del diritto per tutti, umani e non-umani, di vivere una vita dignitosa e significativa.
I: Quali sono i suoi principi fondanti?
GM: Prima di tutto la terra viene considerata come un vero e proprio organismo vivente organizzato in bioregioni. Le bioregioni sono le regioni naturali della terra, luoghi definiti per continuità di flora e di fauna o per interezza fluviale, grandi a sufficienza da sostenere un’ampia e complessa comunità di esseri viventi. L’uomo è parte integrante di tutto questo, ma non il suo signore e padrone. Il bioregionalismo non è una ideologia, ma una attitudine di buon senso e di umiltà di fronte all’evidente divario tra la mente dell’umanità e la mente della natura, la cui complessità e i cui meccanismi sono di gran lunga più complessi e misteriosi di quanto l’uomo, nella sua presunzione, pensa di conoscere e pretende di voler guidare. L’idea bioregionale è quindi l’occasione di re-impostare il nostro ruolo sulla terra in termini di rispetto, reciprocità e uguaglianza, nei confronti del Tutto.
I: Quando ha attecchito in Italia e con che risultati?
GM:
L’idea bioregionale è arrivata in Italia a metà degl’anni ’80, grazie ad un gruppo di persone riconducibili al giornale AAM Terra Nuova. Dopo alcune stagioni fervide e proficue l’interesse è scemato ed è stato poi ripreso all’inizio degli anni ’90 dal giornale Lato Selvatico. Successivamente ha avuto un rafforzamento grazie alla formazione della Rete Bioregionale Italiana che, è bene dirlo, non è un’organizzazione strutturata in modo convenzionale, ma piuttosto una aggregazione informale, nel senso che non ci sono direttori, dirigenti e ragionieri, ma attivisti, che nel loro luogo-bioregione, si impegnano nella pratica e nella diffusione del concetto. Perciò la Rete Bioregionale esiste ed esisterà fintanto che c’è chi ci crede e condivide il comune sentire di essere parte di un insieme di relazioni che include sì tutti i nostri simili, ma anche, come dice Etain Addey, tutti i nostri parenti: quelli con le ali, quelli a quattro zampe, quelli che nuotano e quelli che strisciano. Questo modo di procedere, naturalmente, non ha portato a grandi numeri in termini di visibilità, ma sempre più persone ci contattano, soprattutto giovani, e partecipano ai nostri incontri e iniziative. Abbiamo creato anche un nuovo giornale “Quaderni di vita bioregionale” (con una redazione itinerante così da coinvolgere quante più voci possibili) che si alterna a Lato Selvatico; il primo esce ai solstizi, il secondo agli equinozi.
I: Quante persone praticano la filosofia bioregionalista?
GM:
In Italia i numeri sono quelli che ho accennato poc’anzi, anche se molti di fatto sono bioregionalisti senza saperlo. A livello mondiale il movimento è molto più ampio; negli Stati Uniti, dove ebbe inizio, un “Directory” pubblicato da Planet Drum, nel 1994, contava più di 250 gruppi. In Messico il movimento è molto attivo, così come in Canada e in altre parti del Sud America. E non sono da meno Australia, Asia ed Europa. Il fatto che non se ne sente parlare tanto sta nell’attitudine dei bioregionalisti di badare al sodo, all’ agire più che apparire. Il movimento bioregionale è un movimento rizomatoso, nel senso che ama propagarsi seguendo i ritmi e i modelli della natura più di quelli offerti dalla società.
I: Tu come ne sei venuto a conoscenza?
GM: Appartengo alla cosiddetta generazione degli anni ’60, e da allora non ho mai smesso di interessarmi e di scrutare le idee dei movimenti alternativi, che in quegli anni si succedevano in maniera quasi vorticosa. Conobbi l’idea bioregionale quando avevo già scelto di ritornare alla terra, dopo una parentesi di lavoro dipendente in città, leggendo il trimestrale californiano CoEvolution Quarterly (gli stessi del famoso “Whole Earth Catalog”), che nel 1981 dedicò uno speciale sul bioregionalismo. Per me fu un grande sollievo e incoraggiamento a proseguire nel cammino intrapreso. Poi conobbi personalmente i precursori di questo movimento: Peter Berg e sua moglie Judy Golhaft, Freeman House, James Koller, Gary Lawless, Nanao sakaki e Gary Snyder, ed iniziai a pubblicare Lato Selvatico.
I: Che cosa significa ri-abitare un territorio e perché qualcuno oggi dovrebbe farlo?
GM:
Ri-abitare significa vedere se stessi e il proprio luogo con occhi nuovi, significa percepire l’importanza di vivere in un ambiente sano e diversificato, significa finalmente comprendere che dalla salute delle acque, dei boschi e del mondo animale dipende la nostra stessa salute, significa capire che dal diritto di libertà e giustizia sociale dei popoli dipende la nostra stessa libertà e giustizia.
Ogni cosa è connessa l’una all’altra su questa terra. Il ciclo dell’acqua fa della terra un unico grande bacino idrografico e il bacino idrografico in cui viviamo (tutti viviamo in uno di essi) è il contesto della nostra pratica-ricordo che un bacino idrografico è di fatto una bioregione e viceversa. Prendersi cura del proprio bacino idrografico, della propria bioregione, significa quindi prendersi le proprie responsabilità, qui e ora, di fronte ai problemi che sono oramai su scala globale; ecco perché oggi è importante ri-abitare la terra in senso bioregionale.
I: Appartenere alla rete bioregionalista significa rifiutare la modernità?
GM:
Il mondo moderno è il mondo in cui viviamo e quindi, che lo si voglia o no, non lo si più rifiutare, ma possiamo scegliere. Possiamo scegliere di scaldare l’acqua con la legna o con i pannelli solari, piuttosto che l’energia fossile; possiamo scegliere di coltivarci parte del nostro cibo o acquistarlo da produttori ecologicamente consapevoli e liberi dagli ingranaggi speculativi globali, piuttosto che dalla grande distribuzione; possiamo scegliere di ignorare le mode e comprare solo le cose di cui abbiamo effettivamente bisogno, piuttosto che essere succubi di un sistema che fa del consumismo la propria ragione di essere.
Insomma, quello che dobbiamo fare è andare oltre la modernità e recuperare il buon senso, che peraltro la natura selvatica ci insegna in ogni momento, e cioè: consumare senza sprecare, produrre senza distruggere, vivere e lasciar vivere.
I: E la tecnologia?
GM:
Da quando l’uomo ha imparato a scheggiare le rocce per ricavarne punte di lancia, la tecnologia non ci ha mai lasciato. Oggi viviamo in un mondo drogato di tecnologia, inventata più per soddisfare le smanie di un mondo iperconsumista, che da reali necessità di vita. La tecnologia di per sé è neutra, è il modo in cui viene usata che spesso è sbagliato e, in molti casi, criminoso.
I: In che rapporto vi ponete con il movimento della decrescita felice e con gli altri movimenti “affini”?
GM:
Negli anni ’60, la mia generazione portava i jeans strappati e rattoppati, non perché fosse di moda, ma perché aveva rifiutato il consumismo; io stesso ho indossato per ben 14 anni sempre lo stesso giubbino in jeans, quindi figurati se non siamo d’accordo con il movimento della “Decrescita Felice”. Anzi, complimenti a questo movimento per il tempismo in cui è sorto e il buon lavoro che sta svolgendo. Per quanto riguarda gli altri movimenti direi che siamo del tutto intercambiabili, nel senso che molti di noi sono anche supporter (e viceversa) della Rete degli Ecovillaggi, dei nuovi contadini del C.I.R., dei raccoglitori di semi antichi, i Seedsevers, dei Gruppi d’Acquisto Solidali, della Finanza Etica, delle Tecnologie Appropriate, dei Chilometri Zero, ecc…
Questo a livello individuale; quello che invece ancora manca è una collaborazione più concreta tra tutti questi gruppi, reti e movimenti, su punti e temi specifici che, appunto, di volta in volta possono richiedere il contributo di tutti. A questo proposito sembra sia imminente un incontro fra le varie reti e movimenti nell’ambito dell’incontro del CONACREIS, sull’Appennino modenese in maggio (evento comunque da confermare). Noi siamo convinti che le sorti del cambiamento non siano prerogativa di un solo gruppo o di pochi, ma che invece tutti, in base alle proprie competenze, conoscenze e specificità, possono essere fonte e fulcro per rendere più incisivo e concreto il cambiamento che la società tutta dovrà fare.
I: Siete un' evoluzione degli hippy?
GM: Siamo una evoluzione di tutti quelli che con immaginazione, creatività, e caparbietà hanno, nel corso del tempo, cercato di migliorare, sia spiritualmente che mentalmente, se stessi prima e la società poi, così da ridurre sia l’impronta umana sul pianeta che l’arroganza del potere e l’avidità di pochi sulla gente e sulla natura. Abbiamo fallito? Da quello che si vede sembra di sì, ma è vero anche che questo è un percorso lungo, che richiede tempo, pazienza e dedizione. L’importante è non smettere di ‘seminare’, e in questo noi bioregionalisti c’abbiamo fatto il callo.
I: Cosa sta per accadere in Italia e nel mondo a livello socio-economico?
GM:
Per rispondere a questa domanda basterebbe chiedere ad un contadino vecchio stampo, il quale senza tanti fronzoli ti direbbe che “con niente si ha niente”. Viviamo in un mondo di apparenze e di enormi speculazioni sulla pelle della gente onesta e sulla diversità biologica della terra. Io non conosco il mondo economico, e temo che neanche gli economisti stessi ne sappiano più di tanto: tali e tanti sono i guazzabugli che nel corso del tempo sono stati inventati per fare in modo che a perderci siano sempre i più deboli. David H. Thoreau ammoniva “Semplificare, semplificare”.
Norme e comportamenti semplici, onesti e soprattutto informati dalla consapevolezza che quando si toglie da una parte bisogna restituirla dall’altra, dovrebbero essere alla base di ogni sistema economico e di ogni società di questo mondo. Da quello che si sente dire in giro, questa crisi può essere una opportunità di riflessione e di cambiamento, e quindi positiva (nella sua gravità), ma finora le decisioni prese sembrano solo palliativi, un modo per far sopravvivere il sistema ancora un po’ più a lungo.
I: Credi che il bioregionalismo diventerà presto la “normalità”?
GM:
Purtroppo no. Il mondo oggi è talmente imbevuto nel mito del potere, sia politico, che economico, o religioso (con tutto ciò che ne consegue), che difficilmente rinuncerà ai privilegi acquisiti. Quello che è in gioco è un rivoltamento completo nel modo di intendere il nostro essere qui sulla terra, non si tratta solo di un cambiamento a livello dei governi, o di una distribuzione più equa della ricchezza (anche se di per sé questo sarebbe già un buon risultato), si tratta piuttosto di fare un passo indietro e uno in avanti e questa volta finalmente nell’interezza del Tutto, di cui siamo che una piccola parte.
I: Credete che le città debbano “sparire”?
GM: Le città non devono sparire, devono cambiare. Le città vanno intese e concepite come un tutt’uno con il circostante, con la bioregione a cui appartengono. Le città, dovrebbero essere intese come centri di aggregazione di gente, cose, prodotti e saperi al servizio del resto della bioregione, in modo tale da migliorare le condizioni di vita della gente e, nel contempo, rendere più leggera ed equilibrata la nostra impronta ecologica sulla bioregione e sul pianeta.
I: Qual è il ruolo di Etain Addey?
GM: Etain Addey, all’interno del movimento bioregionale, ha un ruolo apprezzato da tutti, ed è il suo continuo donare in termini di testimonianza, esempio, conoscenza, umanità, umiltà, spiritualità e ospitalità. Etain conosce la parola che va oltre la parola. Ti prende per mano e ti svela i segreti del prato, del bosco e dell’animo umano. Etain non ha bisogno di ri-abitare la terra, lei vive nella terra e per la Terra.
I: Come si fa a contattarvi?
GM:
Nel blog della Rete Bioregionale Italiana si può trovare l’elenco dei vari referenti per bioregioni o regioni d’Italia, ai quali chiedere informazioni, indirizzi, appuntamenti e quant’altro. Altrimenti, contattando la Rete stessa: morettig@iol.it
I: E a diventare bioregionalisti?
GM: Per diventare bioregionalisti non ci sono scuole o corsi appositi. È innanzitutto un percorso all’interno di se stessi, nel “lato selvatico” della propria mente. Perché solo ritrovando se stessi, la propria vera umanità, e quindi la propria essenza, che è un tutt’uno con la natura, si può iniziare il cammino che porta di nuovo a ‘casa’. È un percorso lungo, faticoso e a volte frustrante, semplicemente perché spesso la realtà ci impedisce di tradurre la teoria in prassi, ma questo non deve scoraggiare, a volte bastano solo spicchi di tempo, di natura, di condivisione per andare oltre ad ogni curva. Quello che serve è la potenza della visione, e poi, lungo il cammino, si possono incontrare le persone e i libri che raccontano le esperienze di chi sta camminando lungo lo stesso sentiero.